chi sono

Avevo quattro o cinque anni, la casa di Venezia mi sembrava così grande e ogni cosa ai miei occhi attenti era un simbolo. La casa aveva segreti magici, travestiva e occultava presenze. Non la sentivo amica ma ostile come chi ci abitava, nel contempo ne subivo profondamente il mistero perciò la esploravo con circospezione. Il pavimento della grande cucina, una larga distesa di marmo a pezzetti in cui il bianco la faceva da padrone ed il nero punteggiava con misura lo sfondo grigio, era la mia valle da pesca. Io, pescatore avveduto, me ne stavo su una barchetta di pietra grigia che per i comuni mortali era l’uscio, a da lì cautamente tiravo la mia lenza. Sul pavimento del soggiorno le piastrelle a fondo nero riportavano disegni geometrici marrone scuro e rossi, con arcani intrecci. Lì non riuscivo a giocare, potevo solo guardare la televisione, al buio, per non vedere altro … Ero convinta di abitare in un castello perché nessuno si era premurato di spiegarmi che “Castello 711” era un sestiere della città con relativo numero civico; la casa all’esterno era chiusa da un grande portone verde con muretto merlato. Dal portone si accedeva in una corte chiusa. I mattoni nudi della corte, erosi dal salso e fioriti di sale, erano il mio lecca-lecca preferito. Nella corte si affacciavano due finestre di un piano terra: la casa “dèe sporcacione”. Vi abitavano due donne con una tribù di bambini e dalle finestre esalava sempre un gran tanfo, vero o immaginario. Non capivo perché un castello fosse finito proprio lì, in Secco Marina, con tutto quel fetore e le donne bisunte e urlanti. Sul lato opposto una porta si apriva su di un inutile androne dal quale cominciava la scala sghemba. I gradini in pietra erano curvi dal tanto strofinio di piedi e scarpe, scarponi e ciabatte. Nessuno di essi aveva la stessa distanza dall’altro, né la stessa misura, nemmeno la stessa usura. Ma le mie gambette secche li conoscevano a memoria e non inciampavo mai, soprattutto quando salivo la seconda rampa, quella che mi portava dalla nonna. Venezia per me in quegli anni era un orribile sogno ricorrente che mi tormentava: cadere da un ponte senza parapetto e morire annegata nel canale. Era il terrore per il cupo tubare dei colombi. Era un odore buonissimo di acqua tra il marcio, il salmastro e il salso che so riconoscere anche ora e mi parla subito di spazi aperti tra mare e laguna. Erano i giardini Napoleonici, con i platani maestosi, teatro dei giochi di ciurme di cugini e amici, una lieve puzza di sterco sempre presente tra le aiuole e i carrubi, il “fortino” costituito dalla biglietteria smantellata della Biennale d’Arte. Era la riva bellissima affacciata su un bacino punteggiato da cocài, barche batèi e isole di marmo bianco e i pini di S.Elena giù giù fino al Lido… e grazie a questo fin da bambina il mio cuore, il respiro e i miei occhi han potuto cantare all’unisono. Venezia era ed è un fiorire di merletti, archi, Oriente, cupole, tetti, muri sbilenchi, volte e volute … tutto ciò è rimasto nei miei occhi, segno incancellabile. Tutto ciò è rimasto nei miei quadri, come solo gli occhi di un bimbo sanno vedere.